10/12/08

60 anniversario dei diritti dell'uomo



Nel 60° anniversario della "Dichiarazione dei diritti dell'uomo", continuo con la descrizione di come ho conosciuto la guerra nella ex Jugoslavia, con l'augurio che queste atrocità abbiano una fine in ogni angolo del globo e la "Dichiarazione dei diritti dell'uomo" diventi finalmente un obbligo morale per tutti i popoli.

Come ho descritto nel post precedente "profughi", dopo un paio di settimane da quell'esperienza, ritornammo in Jugoslavia per portare un altro carico di viveri e di vestiario che la nostra gente aveva generosamente donato a quelle martoriate popolazioni.

Rispetto al viaggio precedente, era stato deciso questa volta di portare il materiale in una zona della Slavonia, ( in prossimità dei confini ungheresi), dove risiedeva dalla fine del 1800 una comunità di bellunesi, sfuggiti alla miseria e che in quelle terre avevano trovato casa, lavoro e futuro.

Entrammo attraverso il valico di Gorizia , poi ricordo il pranzo a base di panini in uno spiazzo battuto dal vento, col gelo che penetrava nelle ossa e in seguito il proseguimento verso la cittadina di K*** meta del nostro viaggio.

Fino a Zagabria, la situazione era tranquilla poi imboccammo l'autostrada per Belgrado e avanti per un centinaio di Kilometri.

L'autostrada era completamente priva di traffico, ricordo solo di aver incrociato

un paio di colonne di carri armati e ricordo le pompe di trivellazione del petrolio che si stagliavano in uno sfolgorante tramonto.

Arrivati nella cittadina, andammo subito alla canonica per scaricare, secondo le indicazioni avute dalla Caritas che collaborava con noi; la chiesa si trovava sulla sommità di una collina boscosa, dalla quale si godeva di uno splendido panorama sulla pianura circostante.

Lo scarico fu veloce, grazie anche alla presenza di diversi volontari del posto.

La cena ci venne offerta dal parroco, ma fu abbastanza veloce, poiché a notte, doveva celebrare un matrimonio.

Suggestivo l'arrivo degli sposi e degli invitati a bordo di scassatissime auto e quasi tutti gli uomini armati di Kalashnikov, poiché la guerra infuriava a un paio di Km di distanza e sembra che abbastanza spesso, i serbi venissero su per la collina nascosti dai cespugli, almeno così ci venne detto.

Ho un vivido ricordo del matrimonio nella chiesa gelida in quella notte di dicembre, mentre una suora suonava l'armonium e cantava con una voce limpidissima, veramente indimenticabile.





All'uscita dalla chiesa, rimasi stupito nel vedere i fuochi artificiali nella valle sottostante, il primo pensiero fu: Ma questi sono in guerra e hanno tempo per queste cose?

Non tardai a capire che era, invece, un bombardamento e il giorno successivo, visitando l'ospedale, ne avrei visto le conseguenze.

La notte alloggiammo in un albergo pieno di profughi e di militari di ritorno dal fronte che passavano la serata con delle ragazze.

Mi fu assegnata una camera singola, molto gradita perché non riesco a dormire con degli estranei, questa camera puzzava di sigaro, di stantio, sembrava abbandonata da pochi attimi dal precedente inquilino, però almeno le lenzuola sembravano pulite, non le coperte però e ne scontai poi le conseguenze.

La notte la trascorsi insonne, tra continue raffiche di mitra ed esplosioni che si susseguivano nelle vicinanze, mi raccontarono il giorno seguente che le esplosioni erano dovute alle cariche di dinamite che utilizzavano per distruggere le case dei serbi, poi i serbi ricambiavano.

La mattina seguente con altri due compagni, decidemmo di andare nel villaggio abitato dai bellunesi, anche se a K*** ne avevamo incontrato diversi che parlavano ancora un dialetto bellunese arcaico e ci facevano da interprete con le autorità.

Dopo esserci recati alla sede della "Miljicia" che era diventata da poco "Poljicia" (scritta sovrapposta artigianalmente) ed aver avuto assicurazione che la zona era libera da belligeranti , " bonificata la notte precedente", ci dissero, ci autorizzarono a raggiungere la nostra meta, solo con la raccomandazione di non viaggiare a meno di 100 km/h, anzi, possibilmente a velocità superiore, per non essere presi di mira dai cecchini.

Un poliziotto di madrelingua bellunese, si offrì di accompagnarci , perchè stava ritornando a casa da quelle parti.

Attraversammo a gran velocità dei villaggi che sembravano la scena di un film western, una strada polverosa con le casette ai lati chiuse da palizzate dove scorazzavano animali da cortile.






In uno di questi, ricordo un vecchietto che stava lentamente attraversando la strada e al nostro soppraggiungere a forte velocità fece uno scatto degno di un centometrista per mettersi al sicuro.

Moltissime case erano ridotte ad un cumulo di macerie, ( le esplosioni della notte precedente e di molte altre notti), si vedevano molti maiali morti abbandonati e coperti da un velo di brina, carcasse di auto crivellate di colpi o sepolte sotto le rovine, carri armati abbandonati, ogni tanto faceva capolino qualche militare armato fino ai denti, ma nessuno ci importunò.





In un cortile, semidistrutta fra le macerie, vidi una BMW, appartenuta ad un giornalista italiano di cui si parlava molto alla televisione in quei giorni e si vedevano le immagini di questa macchina che riconobbi subito tanto le avevo viste; non ricordo più quale epilogo ebbe la storia del giornalista.




Arrivati nel villaggio dei bellunesi, offrimmo del caffè al capovillaggio, ( là il caffé era introvabile e preziosa merce di scambio), lui ci ricambiò con dello slivovitz eccellente e si offrì di accompagnarci fino a una città dove si era combattuto molto e c'erano state anche molte vittime civili.

Durante il percorso raccontò dei figli che lavoravano in Italia, raccontò dei problemi a salvare il poco che possedevano, insidiato " dai nostri di giorno e dagli altri la notte" disse, raccontò del benessere raggiunto fino a pochi mesi prima e del precipizio in cui erano caduti.

In quella zona i villaggi erano situati nella pianura del fiume Sava e disposti a macchia di leopardo: un villaggio serbo, a poca distanza un villaggio ungherese, poi un villaggio croato e un villaggio musulmano, per secoli erano convissuti in pace, in pochi mesi invece il baratro, disse, però, che l'etnia bellunese andava d'accordo con tutti e non c'erano grandi risentimenti.

In un paesino semidistrutto incontrammo un altro "bellunese" in divisa, seduto accanto ad un carro armato, ( che ci chiese se eravamo in grado di metterlo in moto, poiché l' avevano catturato ai serbi la notte precedente e non lo conoscevano, evidentemente non ci passò nemmeno per l'anticamera del cervello di esaudire la sua richiesta anche se fossimo stati in grado).




Mi accorsi subito che c'era come un'ombra nei confronti del suo paesano e ne ebbi la spiegazione quando raccontò che pochi giorni prima aveva portato per una decina di Km ,sulle spalle, il figlio che era stato ferito in battaglia e ad alta voce perché sentisse il suo paesano disse: "Ora è il momento di restare qua e combattere e non di cercare fortuna in Italia e poi tornare qua a comandare", da questo compresi che le ferite da rimarginare sarebbero state molte e dolorose, perché gli strascichi sarebbero durati per lungo tempo.

Termino con questa considerazione e il seguito in un prossimo post.

12 commenti:

stella ha detto...

Post brillante!

riri ha detto...

Ciao Sileno, mi tieni compagnia con i tuoi scritti.
Ti ringrazio, semplicemente.
Buona serata.

Daniele Verzetti, il Rockpoeta ha detto...

Giornalismo vero e cuore di essere umano.

Ed in un giorno come questo, il tuo post è importantissimo ed assolutamente significativo.

Aspetto la terza parte.

Ciao
Daniele

giorgio ha detto...

Hai avuto un bel coraggio ad essere lì in quei momenti. Io credo che avrei avuto una grossa paura. Come al solito ricchissimi di umanità i tuoi racconti.
Ciao, Giorgio

sileno ha detto...

Vi ringrazio tutti per la vostra comprensione e benevolenza; resto assente qualche giorno, ciao a tutti.
Sileno

marina ha detto...

non posso che ringraziarti per quello che fai e perché ce lo racconti
il tuo è il più bell'omaggio alla dichiarazione dei diritti che ho letto sui blog!
marina

M.Cristina ha detto...

Che cosa assurda ed ignobile è la guerra, e che esperienze deve essere stato viverla anche se fuggevolmente. Mio padre che la visse qui in Italia ne ha portato i segni finchè è vissuto. Un giorno ci raccontò il bombardamento di San Lorenzo, quartiere in cui viveva con la sua famiglia, ce lo raccontò con l'emeozioni e la paura del bimbetto che era allora è fu un emozione intensa e struggente per tutti noi.
La memoria è importantissima e va tramandata.
Grazie

Nicolanondoc ha detto...

Ciao Sileno, torna presto....un caro saluto.

rodocrosite ha detto...

Troppo assurda quella guerra! Ma perché mi chiedo, se eravate vicini e tranquilli fino a poco prima, tutto a un tratto vi siete messi ad ammazzarvi? Perché cambiare idea così? A che è servito? E' proprio volersi fare del male.

Tereza ha detto...

GRAZIE PER QUANTO RACCONTI
e
PER COME COLTIVI e CULLI CON AMORE LA MEMORIA:
ne abbiamo tutti un immenso bisogno per vivere degnamente
ciao
p.s.: corro a mettere il tuo link

JANAS ha detto...

The piano

posso dedicarti il mio video preferito?

stella ha detto...

Passa da me.